Figlie di una nuova era

I mesi più duri dell’inverno erano alle spalle, così come gli anni bui della guerra.

Novembre 1918. L’armistizio imposto dagli Alleati, firmato dalla Germania, segna definitivamente la fine della prima guerra mondiale, uno dei conflitti più sanguinosi dell’umanità durante il quale i civili ovviamente non furono risparmiati. I cittadini di ogni nazione coinvolta in guerra subirono la fame, l’orrore dei bombardamenti e combatterono atroci malattie ed epidemie.

Amburgo. Marzo 1919. Due aspiranti ostetriche, un’ereditiera, una maestra. Henny, Kathe, Lina ed Ida. Quattro ragazze di appena diciannove anni. Quattro ragazze che stanno diventando donne. Quattro contesti famigliari, quattro stili di vita, quattro personalità completamente diverse tra loro. Quattro vite che andranno ad intersecarsi, a colmarsi, ad unirsi, fino a diventare inseparabili, durante alcuni degli anni e dei momenti più bui della storia europea e mondiale.

“Figlie di una nuova era” è il primo capitolo di una trilogia le cui protagoniste principali sono donne in divenire. Tratteggia, con molta dovizia di particolari, le esistenze delle quattro ragazze dai primi mesi del 1919, durante l’ascesa di Hitler e del Reich, nel corso di tutta la seconda guerra mondiale, fino al dicembre del 1948.

L’autrice narra circa trent’anni di vita di quelle che dovrebbero essere le quattro figure di spicco del romanzo, le loro scelte, delusioni, sfide e vicissitudini, ma anche le vite, i lieti eventi, le traversie delle loro famiglie, dei loro uomini, dei loro amici, rendendo così “Figlie di una nuova era” un’opera corale.

Il tempo della moderazione era tramontato ormai.

Scrivere di un periodo storico tanto complesso come quello a cavallo tra i due conflitti mondiali rappresenta sempre una sfida ardua. Risulta essere difficoltoso per qualsiasi scrittore. E’ evidente che narrare gran parte del corso della vita, le gioie, gli affanni, i dolori, di un personaggio, anche di fantasia, immerso in un contesto così decisivo per la storia dell’umanità è altrettanto problematico.

Appare chiaro, quindi, che narrare le esistenze non solo delle quattro protagoniste, ma anche di tutti i personaggi, più o meno principali, più o meno memorabili, più o meno utili all’economia del romanzo, che ruotano attorno alle loro vite e cercare di calare tutta tale numerosa collettività in contesto storico tra i più documentati, studiati, memorabili, intensi che ci possa essere, è molto complesso.

Questa è la grande sfida che Carmen Korn si è prefissata.

Si sentiva viva, una sensazione che credeva di aver dimenticato. Senza coraggio non si va da nessuna parte.

La grande abilità e furbizia dell’autrice consiste nell’utilizzare uno stile di scrittura molto accessibile ma anche snello e fluido, avulso da tecnicismi e strutture letterarie arzigogolate. Il modo di scrivere di Carmen Korn riesce a non far stancare il lettore sul quale non pesa neanche un ritmo di lettura piuttosto celere.

Anche suddividere la narrazione in sezioni “temporali” aiuta a snellire l’intero romanzo e rende la lettura molto più agevole poiché tra un capitolo e l’altro possono passare anche anni. Un’ottima soluzione stilistica quando la trama dell’opera abbraccia quasi trent’anni di storia.

Ai riconoscibili pregi dello stile di scrittura e delle scelte stilistiche dell’autrice però si contrappongono sia il numero eccessivo di personaggi, principali e subalterni, di spessore o quasi inutili alla struttura del romanzo sia la descrizione, alcune volte troppo accurata, quella quotidianità di ognuno dei personaggi a discapito del contesto storico politico che viene poco approfondito.

Purtroppo la moltitudine di personaggi non permette all’autrice di sviluppare la personalità o di descrivere l’animo di ognuno quindi il lettore si trova disarmato davanti alcune delle loro scelte ed azioni.

In assenza di una vera e propria introspezione psicologica, la tensione emotiva sembra non essere presente nel romanzo; non traspare del quel senso di paura, angoscia e terrore che provavano uomini e donne prima delle seconda guerra mondiale quando il futuro era incerto ma che per gli osservatori più acuti si preannunciava nero.

Io dico sempre alle mie allieve che non devono rinunciare al lavoro per i figli. Noi donne dobbiamo avere anche la possibilità di fare tutte e due le cose.

“Figlie di una nuova era” risulta essere lettura graziosa e leggera, tanto che le cinquecento pagine del romanzo non incombono minacciose sul lettore che, anzi, sprofonda nel libro e quasi non rendendosene conto divora pagine su pagine di storie di vita di Henny, Kathe, Lina ed Ida, quattro ragazze che diventano donne, mogli e madri.

Informazioni utili
Titolo: Figlie di una nuova era
Autore: Carmen Korn
Editore: Fazi Editore
Prezzo attuale: 17.50€
Pagine: 524

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Jungle Rudy

Il buon viaggiatore sa dove sta andando, il viaggiatore perfetto dimentica da dove è venuto.

Nella parte sud-orientale del Venezuela è situata la regione della Gran Sabana, un vasto altopiano che per milioni di anni è stato plasmato dagli agenti atmosferici. Un mondo perduto, luogo selvaggio, terra misteriosa. Una zona impenetrabile, sterminata, habitat di specie animali e vegetali uniche nel loro genere. Dagli elevati tepui, le formazioni rocciose tipiche della regione sud americana, si infrangono alcune delle cascate più elevate e maestose del pianeta.

Un territorio di miti, leggende, avventure, indios e pericoli. Numerosi avventurieri furono sedotti dalle foreste equatoriali inaccessibili della Gran Sabana, molti dei quali non fecero mai ritorno.

Uno dei più celebri pionieri del Novecento, uno dei primi europei ad esplorare e mappare la regione della Gran Sabana fu Rudy Truffino che trovò nel Sud America, il suo posto nel mondo, il suo paradiso.

… da nessuna parte vidi un uomo riconoscibile al volo dalle orecchie: il lobo destro gli era stato strappato da un serpente a sonagli …

Rudolf Truffino, olandese di origine italiana, ultimo di quattro fratelli, ha sempre detestato il suo piatto e piovoso paese. Vivendo con disagio il proprio contesto familiare, già da giovanissimo sogna una nuova realtà, una nuova vita. Sogna la libertà.

Il luogo in cui libertà ed avventura sono sinonimi è, per Truffino, il Sud America e in particolar modo, la regione della Gran Sabana. Un vasto territorio quasi totalmente inesplorato, ricco di attrattive per un uomo intraprendente, inquieto ed amante della natura selvaggia.

Una natura che può essere ostile e temibile nascondendo pericoli ed ostacoli come serpenti velenosi, scorpioni, scimmie urlatrici, giaguari e insetti mortali; una natura difficile da sottomettere e da plasmare, ma anche una natura che offre ad un uomo paesaggi incontaminati, bellezze faunistiche e floreali uniche, che innalzano lo spirito e l’animo.

Quando Rudy Truffino vi giunse negli anni Cinquanta, la Gran Sabana era un territorio pressoché ignoto; dal punto di vista scientifico era ancora inesplorato quanto la luna.

In Venezuela Rudolf Truffino diventa Jungle Rudy. Intreccia ottimi rapporti con la popolazione locale, i Pemon, gli indigeni amerindi che vivono nella regione della Gran Sabana, dai quali impara come sopravvivere in un territorio stupefacente ma che nasconde insidie e pericoli. Dagli Indios, Rudy apprende anche la loro tradizione ricca di miti e di dei che vivrebbero nelle terre erbose in cima ai tepui, che venerano come montagne sacre.

Costruisce case che diventano villaggi, Canaima e Ucaima, piste di atterraggio per gli aerei che trasportano merci e persone da Caracas, imbarcazioni, strade percorribili all’interno della giungla, apre le prime vie d’accesso. Grazie alla grinta, allo spirito d’iniziativa fuori dal comune, alla perfetta conoscenza dei luoghi, frutto di anni di escursioni e esplorazioni, Rudy diventa perfino direttore del parco nazionale di Canaima che viene instaurato il 12 giugno del 1962 e dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1994.

Molti usufruiscono dell’esperienza di Jungle Rudy, da scienziati che si trovano in Venezuela per le loro ricerche a personaggi famosi, come Neil Armstrong, il principe Carlo, il primo ministro canadese Trudeau, Audrey Hepburn e Anthony Perkins.

Aveva sacrificato tutto a Ucaima. Il campo, o meglio il tipo di vita che si era scelto, l’aveva reso schiavo: il desiderio di libertà può anche incatenare.

Grazie alle testimonianze dirette di familiari e compagni di avventure, al diario della moglie Gerty, Jan Brokken produce un ritratto tridimensionale di una “quasi” leggenda. Un idealista, un visionario, dedito al sacrificio ed ingegnoso ma anche un uomo difficile, scostante, introverso e misantropo.

Truffino cresce le tre figlie, Lily, Gaby e Sabine, nell’isolamento della giungla venezuelana, senza dar loro la possibilità di un’istruzione ordinaria, né una vita ordinaria facendo in modo che aiutassero costantemente al campo tra turisti, escursioni e cucina. Con il tempo le tre figlie si allontanano sempre di più dal padre, fino a prendere strade completamente diverse. Anche il rapporto con la moglie diventa, anno dopo anno, sempre più difficile. Un legame familiare tormentato e problematico quello della famiglia Truffino in Venezuela.

Alla fine era troppo malato per restare al campo. A Caracas gli fu asportato il polmone destro. Si sottopose alla radioterapia. Provò anche un nuovo tipo di chemioterapia. Combatteva, perchè quella era la cosa che gli era sempre riuscita meglio: combattere, perfino quando nessuno gli avrebbe più dato l’ombra di una possibiltà.

Brokken, con la sua scrittura precisa, descrittiva ed evocativa, realizza un vero e proprio documentario il cui protagonista è Rudy Truffino, o meglio la materia di studio e di ricerca dell’autore olandese è la vita di Truffino in Venezuela. L’autore olandese, come tanti prima di lui, viene conquistato dalla figura, quasi leggendaria di Jungle Rudy, già prima di conoscerlo, già prima di incontrarlo.

Su Truffino circolano voci, racconti, leggende che affascinano Jan Brokken, tanto da ritornare più volte in Venezuela per visitare, anzi vivere, i luoghi più amati da Rudy, che anche nella giungla non rinunciò a musica classica e libri.

Foreste vergini, immense cascate, spazi sterminati, libertà. Anche il lettore viene sedotto dalla figura del primo uomo che ha esplorato un mondo perduto, del pioniere più famoso del mondo, e grazie alle parole di Brokken, si ritrova a sognare una vita avventurosa e unica, proprio come quella di Jungle Rudy.

Informazioni utili
Titolo: Jungle Rudy
Autore: Jan Brokken
Editore: Iperborea
Prezzo attuale: 18.00€
Pagine: 320

Anna Edes

La signora Vizy si godette per un istante la scena muta, poi le fece un cenno e la indicò con un moto circolare scherzoso e orgoglioso del braccio: -Si. Questa è Anna. La mia Anna.

Un capolavoro della letteratura ungherese che offre una precisa fotografia di un’epoca storica effimera nella storia europea poco dopo la fine della prima guerra mondiale. Un classico che riesce a mettere a nudo, senza troppi fronzoli e banalità, le ipocrisie proprie dell’animo umano ed intrinseche della borghesia di Budapest di quell’epoca, che risultano essere sempre più ridicole e assurde se paragonate alla semplicità intellettuale e alla bonomia delle classi meno agiate.

Eventi storici decisivi per la storia dell’Europa, come l’occupazione di Budapest da parte dell’esercito rumeno, l’avvicendarsi di ben due rivoluzioni sociali, fanno da sfondo alle vicende private dei personaggi principali che vengono tratteggiati quasi in modo grottescamente caricaturale da Dezso Kosztolanyi.

A volte un desiderio ironico e solleticante si prendeva gioco di loro: di buttarle le braccia al collo, ringraziarla del bene ricevuto, o persino andare dal fotografo insieme, seppur di nascosto e di notte, per farsi ritrarre in tre come una famiglia, li tratteneva la loro razionalità borghese e la consapevolezza che in fondo si trattava solo di una serva.

La moglie del consigliere ministeriale Vizy, in seguito a diverse esperienze fallimentari con le precedenti cameriere, dopo aver sognato e desiderata la donna di servizio perfetta, assume una nuova domestica, la diciannovenne Anna Edes, una giovane contadina, che si rivela essere una dipendente perfetta per la famiglia Vizy, appartenente alla borghesia medio – alta. La ragazza è attenta, diligente, instancabile, timida, non ruba, non mangia avidamente, non è attratta dalle frivolezze e non ha un’amante.

Sembra che la poco più che adolescente Anna non abbia altra esigenza oltre a quella di servire al meglio la sua padrona, che è oltremodo soddisfatta dalla laboriosità quasi robotica della donna di servizio.

Non esiste uguaglianza tra gli uomini. Esiste solo la diseguaglianza tra gli uomini, dottore. Ci sono sempre stati servi. E’ sempre stato così e sempre così sarà. Punto. Non possiamo cambiare noi quest’ordine delle cose. Che rimangano pure loro i servi.

Come l’Illustrissimo consigliere ministeriale, anche l’Illustrissima signora lotta per mantenere la propria posizione sociale nel pieno di un turbolento clima politico in continua evoluzione. La perdita dei privilegi e delle ricchezze propri della loro condizione sociale, tormenta i coniugi Vizy.

In una realtà nella quale i preziosi oggetti nell’appartamento nel rione Kristina, i mobili, l’argenteria, le tovaglie, i gioielli rappresentano uno inamovibile status symbol, un concreto emblema e una dimostrazione di prestigio sociale, la signora Vizy sembra essere sempre più ossessionata dalla “sua” serva che esibisce, pavoneggiandosi, come se fosse un prezioso trofeo.

Ho l’impressione – ripetè ostinato – che non sia stata trattata con umanità. Non l’hanno trattata come un essere umano, ma come una macchina. L’hanno resa una macchina. L’hanno trattata in maniera disumana. L’hanno trattata ignobilmente.

Ormai integralmente inglobata, non solo nella vita famigliare, ma nella casa stessa ed assorbita in una realtà nella quale la netta separazione tra servi e padroni è una verità tragicamente banale, accettata come un dato di fatto indiscutibile, Anna ubbidisce come un automa senza personalità agli ordini della sua padrona nevrotica e dispotica.

Nella vita della giovane, scandita da una routine faticosa ed usurante, è abitualmente perpetrato l’abuso della dignità, da parte degli Illustrissimi padroni, sotto forma di inflessibili comandi e direttive domestiche, che arrivano perfino ad invadere la sua sfera privata, impedendole addirittura di maritarsi.

Ma viene oltremodo consumato anche l’abuso fisico da parte del giovane, mediocre ed imbranato nipote dei coniugi, a riprova della condizione di inferiorità nella quale si trova Anna, che sembra, anch’essa accettare la sua infima posizione al pari di tutte le altre donne della servitù.

Così il ricordo di Anna si appannò. Nessuno più sapeva chi fosse, fu completamente dimenticata. […] non sarebbe potuta essere annientata meglio.

Con il suo stile di scrittura realistico e concreto Kosztolanyi conduce il lettore attraverso una storia apparentemente banale e semplice, quella della dolce e timida cameriera Anna Edes, che si conclude con un epilogo tragico, assurdo, sanguinoso e straziante.

L’inaspettato gesto estremo di Anna è quello di chi è sempre stata una degli ultimi, un grido disperato ed inconsapevole, apparentemente senza movente. Un’azione incosciente le cui ragioni non vengono investigate, non vengono spiegate, non vengono dibattute e soprattutto non vengono comprese. Dopotutto sono le ragioni di una cameriera, di una serva, di un oggetto appartenuto ai coniugi Vizy.

Il blog di Carmen, con la quale ho condiviso la lettura di Anna Edes, le emozioni che questo capolavoro ha suscitato dentro di noi e questa recensione: Nessun cancello, nessuna serratura

Informazioni utili
Titolo: Anna Edes
Autore: Dezso Kosztolanyi
Editore: Edizioni Anfora
Prezzo attuale: 17.00€
Pagine: 270

Ritratto di un matrimonio

E’ la storia di due persone che si sposarono per amore e il cui amore si fece, di anno in anno, più profondo, benché entrambi si fossero, per mutuo consenso, infedeli. L’uno e l’altra amarono persone del loro stesso sesso, ma non in maniera esclusiva. Il loro matrimonio non solo sopravvisse alle infedeltà, all’incompatibilità sessuale ma anzi si affinò e si rafforzò in conseguenza di tutto questo.

Qual è il segreto di un matrimonio realmente felice? Cosa non dovrebbe mai mancare in una serena vita coniugale? Cos’è che lega due persone che decidono di passare la loro vita insieme? L’amore incondizionato? La passione sessuale? Hobbies e passatempi in comune? E quali sono gli obblighi di tale legame? La fedeltà? L’occuparsi incessantemente dei figli?

Oltre ogni regola, ordinarietà e convenzione sociale fu il “non matrimonio” tra Vita Sackville – West e Harold Nicolson. Una coppia inconsueta. Due aristocratici inglesi, due scrittori. Amanti della letteratura, della vita ritirata, del giardinaggio. Consensualmente infedeli, entrambi attratti da persone del loro stesso sesso, senza farne mistero al coniuge. Intrecciarono relazioni extra-coniugali, omosessuali, anche invitando i loro amanti nella casa matrimoniale, all’interno della quale si discorreva apertamente di questa unione per nulla ordinaria.

Vita e Harold arrivarono, però, contro molte aspettative, felicemente e quasi senza scossoni, alle nozze d’oro. Innamoranti, complici, incantati l’uno dall’altra. Benchè strano, il loro legame fu molto appagante. Un’unione non comune per due persone non comuni.

Vita soffriva molto acutamente per la tensione cui era sottoposta a causa di quella che lei chiama, eufemisticamente, la sua doppia personalità. Innamorata di Rosamund, si imponeva di amare anche Harold.

“Ritratto di un matrimonio” è composto da cinque parti, tre delle quali sono state scritte da Nigel, figlio della Harold e Vita; le altre due parti sono state scritte proprio da quest’ultima. Nigel le ritrova all’interno di un manoscritto, SCRITTO all’età di ventotto anni. Una narrazione di un’ottantina di pagine nella quale Vita confessa l’amore profondo, sincero, appassionato, sensuale, per un’altra donna: Violet Trefusis, nata Keppel.

Anche se il matrimonio tra Vita e Harold può essere considerato “aperto”, anche se erano costantemente attratti da qualcun altro, nella loro unione non mancò mai un solido affetto che li legava profondamente, espressione del loro amore duraturo. Un porto sicuro nel quale attraccare, al di là dei flirt extra coniugali.

L’unica grande prova che la coppia dovette superare, l’unica tempesta che avrebbe potuto far naufragare questa unione non convenzionale, l’unica relazione adulterina che fece vacillare il matrimonio fu proprio quella tra Vita e Violet.

Il loro legame carnale era tanto tenace che quasi divenne una necessità, non solo fisica ma spirituale, la quale esigeva un’intimità così stretta e vibratile che nulla, per loro, esisteva all’esterno.

La loro sfida era totale. Le due donne lottarono per il loro amore, affrontando anche pettegolezzi e rimproveri da parte delle loro famiglie. Il sentimento di Vita di sentirsi libera, disponibile indipendente era solleticato dal carattere impetuoso e selvaggio di Violet. Smaniavano di trovarsi in luoghi nuovi e remoti, dove nessuno le obbligasse a seguire regole sociali o convenzioni coniugali. Più di una volta avevano programmato di abbandonare ogni cosa, figli, case e famiglie.

Quasi inverosimile fu una delle loro fughe romantiche inseguite dai rispettivi mariti a bordo di piccolo aeroplano.

Il profondo legame che univa Harold e Vita dovette sopportare una prova lunga tre anni  ma non si spezzò, né si allentò. Lui non pensò mai di lasciarla anche quando lei sembrava essere lontanissima, sul punto di non ritorno.

Da qual momento, e fino alla morte di lì a cinquanta anni, il suo amore per lui non vacillò più.

“Ritratto di un matrimonio” è il racconto appassionante di quello che non fu un matrimonio tradizionale, ma è soprattutto il racconto di una donna straordinaria che combatté per il diritto di amare, uomini e donne, respingendo ogni convenzione soprattutto quella per la quale è la fedeltà ad essere la base di ogni matrimonio.

Per questa sua disperata voglia di essere sé stessa, di non poter tener nulla nascosta a sé stessa, Vita fu pronta a rinunciare tutto.

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Titolo: Ritratto di un matrimonio
Autore: Nigel Nicolson
Editore: Edizioni Lindau
Prezzo attuale: 23.00€
Pagine: 296

Volo di paglia

Nel fienile i balloni c’erano ancora: lei e Luca avrebbero potuto giocare come sempre a Volo di paglia. L’avevano inventato insieme, quel gioco.

Laura Fusconi narra una storia semplice, che però si dispiega lungo un arco temporale di circa cinquant’anni. Una vicenda nella quale i bambini sono i protagonisti ed innanzi i loro occhi, innocenti ed inconsapevoli, si dipanano vite che si intrecciano con la grande Storia. Un passato che nasconde inquietudini e segreti, un presente impregnato di quei fantasmi, di quelle ombre, di quelle paure che continuano a portare avanti la loro opera persecutoria.

“Volo di paglia” è ambientato tra Agazzano e Verdeto. Le campagne piacentine, le colline, i boschi, i campi, i granai, le grandi case padronali fanno parte di un vivido scenario che fa da collante a due storie che si intrecciano e si fondono tra loro.

La prima vicenda inizia nei primi anni ’40 quando i compagni di classe Tommaso, Camillo e Lia di appena di dieci anni, giocano a rincorrersi nei campi, saltare sulle balle di fieno ed inventare storie di streghe e fate. Anche se perfettamente consci del particolare momento storico nel quale vivono, i bambini non comprendono nei minimi dettagli la realtà dell’Italia fascista nella quale sono immersi anche se fa parte del loro quotidiano poichè il padre di Lia è il capo locale della squadre delle camicie nere dalla zona, una figura centrale all’interno del romanzo, la cui violenza e brutalità avranno echi anche cinquant’anni dopo la sua morte.

Negli anni ’90 sono Luca, nipote di Camillo, e Lidia i bambini che vivono le loro estati insieme fatte di piccoli gesti, luoghi segreti, vecchie leggende, antiche case diroccate nelle quali i fantasmi del passato tornano a vivere.

Lia rise e sfiorò il braccio di Camillo. Camillo si voltò dall’altra parte, per non farle vedere che stava piangendo.

Dal 1942 al 1998. Cinquant’anni di vicissitudini. Un continuo salto temporale durante il quale il lettore deve stringere nella propria memoria i nomi dei personaggi e lo svolgersi degli eventi per non perdersi nel flusso del storia. Più ci si addentra nelle vicende più si fanno chiari i contorni inquietanti ed emergono i fantasmi che popolano il romanzo che tormentano i personaggi principali.

Similitudini che legano i protagonisti di vicende separate da tanti anni, ma legati dallo stesso dolore. Il dolore di bambini incompresi, abusati, vittime di quegli adulti che avrebbero dovuto proteggerli, comprenderli e sostenerli.

Lidia diede un calcio a un sasso che rotolò più avanti sulla Stradina. Lo seguì con lo sguardo. Sul colle davanti a lei, il tetto del fienile della Valle sbucava oltre gli alberi e la guardava col suo occhio vuoto fatto di cielo.

Uno dei punti di forza del romanzo è la potenza evocativa della scrittura della giovane autrice, soprattutto per quanto riguarda le descrizione del paesaggio tra Agazzano e Verdeto. Le campagne piacentine sono i luoghi che vengono visti con gli occhi vividi di bambini i cui destini sono intrecciati indissolubilmente.

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Titolo: Volo di paglia
Autore: Laura Fusconi
Editore: Fazi Editore
Prezzo attuale: 15.50€
Pagine: 240

 

Vite vulnerabili

Remo era come lo ricordavo, col suo viso ossuto e slavato: il secondo e meno bello dei tre. L’espressione torva non mi impedì di provare per lui un sentimento vicino alla tenerezza, anche se sospeso, affievolito dalla paura, tanto fragile da obbligarmi a tenerlo nascosto dentro di me.

La potenza di un libro sta nel fatto che l’esperienza dei personaggi può essere, in qualche modo trasferita al lettore. “Vite vulverabili” è una raccolta di racconti potente. L’autore riesce, addirittura, ad insidiare in chi legge, un vago senso di fastidio o inadeguatezza. Il limite tra reale ed immaginario, il confine fra ciò che accade ai personaggi delle storie e ciò che potrebbe succede al lettore è molto labile.

Credeva che la velocità del gioco costituisse un buon antidoto alla sua ansia. E non solo questo: l’insieme strutturato di regole, tempi e modalità di gioco gli sembrava cucito addosso, come un abito su misura. Sapeva sempre cosa fare, quale sarebbe stata la sua prossima mossa, quali conseguenze avrebbe avuto ogni sua iniziativa.

Ciò che sorprende maggiormente dei dodici racconti di Pablo Simonetti è che, essenzialmente, affrontano vicende quotidiane, momenti apparentemente banali, ma solo se tali istanti vengono, in maniera mediocre, osservati, tralasciando la componente emotiva, la carica erotica, la passione che celano.

Ciò che tenda di fare l’autore è di dar voce ai sentimenti, senza che il lettore sia distratto da eventi che si trovano al margine. Un universo apparentemente del tutto abituale, popolato da uomini e donne qualsiasi, mediocri, con le loro routine scandite, ma che celano nel profondo, lancinanti turbamenti e degli animi ardenti.

Relazioni segnate da profonde incomprensioni e da passioni celate, nelle quali non è possibile sentirsi a proprio agio. Erotismo imbrigliato ed orientamenti sessuali inconfessati, tenuti all’oscuro dal pesante giudizio morale della società. Gelosie accecanti ed inadeguatezza, l’asfissiante timore del fallimento.

Lasciò che le immagini scorressero nella sua mente, fermandone solo una: la bara in cui il mondo lo aveva messo, per seppellirlo ancora in vita, era aperta; anche il fondo della cassa aveva ceduto. “E ora?” si chiese.

Le dodici storie che compongono la raccolta potrebbero apparire svincolate le une dalle altre, sconnesse. Hanno, in realtà, un solido filo conduttore, che accomuna i protagonisti di ogni racconto, ma che lega, in maniera inconsapevole, anche il lettore. Il senso di vulnerabiltà.

La vulnerabilità è una falla che può consentire ad un attaccante di compromettere un sistema, cioè di ridurre il livello di protezione fornito da tale sistema. Cioè che rende vulnerabile gli esseri umani, con le loro debolezze, con le loro mille sfaccettature, è la vita stessa, perfino nella sua quotidianità.

Contare era un calmante efficace. Preferiva contare piuttosto che pensare, vagare nel solido mondo dei numeri piuttosto che invischiarsi nella gelatina dei sentimenti.

La lentezza della narrazione del racconto è controllata, ponderata, voluta. Pablo Simonetti accarezza e coccolala il lettore e lo accompagna lungo un racconto fatto di consuetudine ed abitudine fino ad un evento, un episodio che porta ad una scoperta inattesa e sconcertante, una epifania, una rivelazione di sentimenti ed emozioni sopite.

Con una semplicità strabiliante l’autore riesce a dare voce alla desolazione, alla fragilità, alle debolezze e alle insicurezze di individui qualsiasi, di essere umani ordinari, alle prese con l’imprevidibilità della vita, mutevole, davanti alla quale restano completamente nudi.

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Titolo: Vite vulnerabili
Autore: Pablo Simonetti
Editore: Edizioni Lindau
Prezzo attuale: 15.30€
Pagine: 184

Mentre morivo

Io non so che cosa sono. Io non so se sono o no.

Quando terminato un libro non si riesce a parlarne per lasciar sedimentare le emozioni che ha suscitato; quando non si riesce a fare a meno di ripensare ad alcune frasi;  quando un libro riesce addirittura a mettere in crisi il lettore su una determinata tematica; quando un passaggio di quel libro viene riletto e riletto fino a restar scolpito nella mente, allora quello è un libro necessario. Quel libro è “Mentre morivo” di William Faulkner.

Io non ce l’ho una mamma. Perchè se ce l’avessi, è era. E se è era, non può essere è. No?

In una regione immaginaria nello stato del Mississipi, in un clima funebre e mesto si svolge il rito di sepoltura grottesco e drammatico della salma in disfacimento di Addie Bundren, moglie di Anse, madre di Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell e Vardaman.

L’assurdo corteo funebre è composto unicamente dai membri della famiglia Bundren, un gruppo di persone sopraffatto dalla vita già prima di mettersi in marcia per interrare il corpo in decomposizione della moglie e madre. La processione funeraria riuscirà a liberarsi del corpo della defunta solo dopo nove giorni dalla morte, tra difficoltà  e le tragedie del viaggio, verso il luogo di sepoltura, che assomiglia sempre più ad un discesa negli inferi necessaria.

Non sto piangendo, adesso. Non sto nulla. Dewey Dell viene sul ciglio della scarpata e mi chiama. Vardaman. Non sto nulla. Sto zitto. Ehi,Vardaman. Riesco a piangere zitto,adesso, sentendo e ascoltando le lacrime.

Un viaggio, quello descritto dai personaggi di Faulkner, altamente simbolico e ricco di allegorie bibliche, che richiedono particolare attenzione da parte del lettore. L’inondazione, inconsueta, che distrugge il ponte sul quale deve viaggiare il carro dei Bundren, simboleggia il diluvio universale che distrugge qualsiasi cosa per punizione divina; l’incendio al fienile simboleggia un rogo purificatore.

Una purificazione che la famiglia otterrà una volta essere arrivata sul luogo di sepoltura attraverso delle immolazioni. Ogni figlio di Addie sacrificherà qualcosa di sè per far sì che la famiglia si ricomponga. La rottura della gamba di Cash, colui che costruisce la bara, una bara perfetta per dare l’ultimo saluto alla madre, l’abuso sessuale ai danni di Dewey Dell, che è donna in un romanzo in cui la femminilità è subordinata alla maternità e ai tabù sociali degli anni ’20, l’allontanamento forzato di Darl dal nucleo familiare, l’irrimediabile perdita dell’infanzia di Vardaman attratto dagli avvoltoi, a loro volta attratti dal fetore del cadavere in disfacimento della madre.

Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto o detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. E’ come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui.

Nessuno dei figli dei Bundren è immune dal dolore, dal dramma, e dalla dissoluzione morale perpetuata da Anse, il padre. Un uomo pigro ed indolente che vede i suoi figli in pericolo di vita in più di un’occasione senza intervenire. Un uomo infingardo che utilizza la religione e il volere di Dio per giustificarsi agli occhi dei vicini. Un uomo che di volta in volta si trova a deplorare la propria sfortuna, scagionandosi agli occhi dei figli, invece di affrontare le conseguenze negative delle proprie azioni egoistiche. Un uomo avaro e accentratore che calpesta i membri della propria famiglia, i loro sogni, desideri, perfino i loro oggetti di valore per un proprio fine.

Un uomo senza onore, del quale Faulkner traccia, attraverso i pensieri e le riflessione degli altri personaggi, un ritratto vivido. Le bassezze e le brutture dell’animo di questo marito e padre vengono descritte e scandite. La natura umana viene rappresentata nella sua totalità e nella sua putredine.

Ma non sono poi tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo e che cosa non lo è. E’ come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore.

L’espediente narrativo utilizzato da Faulkner, che potrebbe mettere in difficoltà il lettore, ma che è necessario per un’opera così intensa, sembra essere quasi una polifonia di monologhi nella tecnica del flusso di coscienza. Ogni capitolo è rinominato con il nome del personaggio del quale vengono rappresentati liberamente i pensieri, cosi come compaiono nella mente. Ciascun uomo ha dentro di sé un essere a sé stante e questo modo Faulkner mette in primo piano l’individuo, con il suo modo di percepire la realtà, con i suoi conflitti interiori e, in generale, le sue emozioni e sentimenti, passioni e sensazioni.

Posso sempre dirgli che chiunque può fare uno sbaglio, ma non è che tutti riescano a uscirne senza danni, posso sempre dirgli. Non è che tutti possono mangiarseli, i loro sbagli, posso sempre dirgli.

Parlare di “Mentre morivo” è arduo, ma leggere di Faulkner è essenziale e fondamentale.

Informazioni utili
Titolo: Mentre morivo
Autore: William Faulkner
Editore: Adelphi Edizioni
Prezzo attuale: 10.00€
Pagine: 231