Ballata dell’usignolo e del serpente

È la mattina della mietitura che inaugura la decima edizione degli Hunger Games. A Capitol City, il diciottenne Coriolanus Snow si sta preparando con cura: è stato chiamato a partecipare ai Giochi in qualità di mentore e sa bene che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di accedere alla gloria.

Tre libri, quattro film. Un vero e proprio cult generazionale. Nell’universo distopico creato da Suzanne Collins, che abbiamo imparato a conoscere dal 2009, il gioco della morte degli “Hunger Games” forgia generazioni di ragazzi nella violenza e nella paura, facendo ricadere sui figli, le colpe dei “padri”.

La ribellione alla dittatura, falsamente patinata, di Capitol City ha firmato la condanna a morte di decine di giovani uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita di tributi nell’arena dei giochi.

In questo mondo ribaltato in cui il Bene e il Male si confondono, i soldati sono chiamati “Pacificatori” (sembra tanto di leggere del Ministero della Pace, di orweliana memoria, che si occupa di mantenere il mondo in uno stato di perenne guerra), la violenza diventa un gioco e un abito di fuoco può salvarti la vita mostrando un’altra te ed alimentando la morbosa curiosità degli spettatori del gioco del massacro.

Gemma di Panem,
città potente,
nei secoli tu splendi ancora.

Il nuovo libro della Collins, “Ballata dell’usignolo e del serpente” riporta i lettori 64 anni prima degli Hunger Games che vedono protagonisti Katniss e Peeta, più precisamente ai decimi Hunger Games, quasi all’indomani della Prima Ribellione.

Il protagonista dell’atteso prequel è un giovane Coriolanus Snow. Nella trilogia è ormai il presidente di Panem, in là con gli anni. Un uomo crudele, dimostra di essere morbosamente attaccato al potere. Egoista. Fa di tutto per distruggere Katniss e ciò che la ragazza simboleggia. Un vero e proprio dittatore. Ne “Ballata dell’usignolo e del serpente” Snow ha appena 18 anni, è desideroso di farsi un nome e di riportare la sua famiglia ad antichi fasti. Gli viene chiesto di far da mentore, prima e unica volta nella storia degli Hunger Games, proprio al tributo femmina del Distretto 12, Lucy Gray.

Il mondo di Panem non si è ancora del tutto ripreso dalla guerra. I giochi della fame non sono ancora il reality show lezioso che abbiamo imparato a conoscere, sono molto più semplici, ma non per questo meno violenti. L’autrice è riuscita a far rivivere al lettore l’epoca “primordiale” di Capitol City dove la brutalità e la ferocia dei giochi erano meno camuffate.

Per un attimo Coriolanus si mise a ridere, dimenticando dov’erano, com’era deprimente lo scenario. Per un attimo ci fu solo il sorriso di Lucy Gray, la cadenza musicale della sua voce e quell’accenno di amoreggiamento. Poi il mondo esplose.

Suzanne Collins riesce a rispondere a diversi interrogativi sul passato di Panem e degli Hunger Games che per i lettori più accaniti erano oggetto di congetture. Anche se si conosce la storia futura del protagonista principale ciò non impedisce che vi sia tensione. Il buon ritmo della narrazione che tiene il lettore sulle spine.

Consigliato ai fan sfegatati della trilogia, per una lettura che possa appianare dubbi sul passato di una delle figure centrali della saga e sull’universo di Panem in generale!

 

Informazioni utili
Titolo: Ballata dell’usignolo e del serpente
Autore: Suzanne Collins
Editore: Mondadori
Prezzo attuale: 22.00 €
Pagine: 480

 

Solo – A Star Wars Story

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana …

Ogni volta che scorrono le prime frasi dei film accompagnate dalla ancora più famosa ed iconica colonna sonora iniziale è sempre un’emozione per i fan, più o meno giovani, di una delle storie più amate di sempre.

Non lascerà mai indifferente l’avventura straordinaria del viaggio epico di Luke Skywalker che, da contadino delle sabbie, parte alla scoperta di un’immensa galassia e della Forza, per poi diventare una vera e propria leggenda.

L’infinita battaglia tra Bene e Male appassionerà sempre gli spettatori di ogni generazione perchè la lotta tra il Lato Oscuro e il Lato Chiaro non si svolge solo attraverso mirabolanti inseguimenti spaziali, ma soprattutto nella mente e nel cuore di ogni personaggio. Emblematica è la vita e la storia di DarthVader, l’Oscuro Signore dei Sith, uno dei più grandi “Cattivi” di sempre che non è sempre stato cattivo. Esempio perfetto di come l’animo umano può essere plasmato da ciò che di orribile gli accade.

In tutto questo mirabolante universo fatto anche di mostri che appartengono a specie alquanto esotiche, uno dei più brillanti personaggi di tutta la saga è senza dubbio Han Solo, interpretato sul grande schermo prima da Harrison Ford e poi da Alden Ehrenreich nel prequel Solo: A Star Wars Story

Come se non bastasse L’American Film Institute ha classificato Solo come il 14º migliore eroe del cinema. È stato anche ritenuto il 3º miglior personaggio cinematografico di sempre dalla rivista Empire.

Han cercò di accelerare, ma i suoi stivali avevano già raggiunto la velocità massima.

Finalmente con “Solo: A Star Wars Story” vengono narrate le origini di uno dei personaggi più amati della saga. L’incontro con Chewbecca, il copilota del Millennium Falcon e con Lando Calrissian, precedente proprietario della navicella.

Viene descritta soprattutto la svolta “criminale” di Han, il suo aver capito che non bisogna fidarsi di nessuno e che le zone più limitrofe e povere della Galassia abbiano sempre subito sfruttamento e vissuto nella povertà.

Nell’angolo c’era un droide, appoggiato alla parete come un essere umano. Han non riconosceva il modello: era bipede come un droide protocollare o domestico, ma aveva la testa a cupola come un astromeccanico.

“Solo: A Star Wars Story” ha una trama è ingegnosa dai colpi di scena per nulla scontati. In questo senso la storia riflette molto il suo protagonista: Han.

Il romanzo non è un semplice adattamento del film di Ron Howard poichè propone e rende canoniche alcune scene che non abbiamo mai visto al cinema. Ciò rende la storia delle origini di Han Solo del tutto originale e da leggere. Consigliato agli amanti della saga di Star Wars per una lettura piacevole e divertente, ma soprattutto consigliato ai fan più accaniti di Han Solo!

La mia recensione di “Solo – A Star Wars Story” fa parte di un review tour. Vi lascio i nomi degli altri blogger che partecipano all’iniziativa.

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Io sono leggenda

 Ora sono io l’anormale. La normalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti, e non la norma di uno solo.

Opera geniale e visionaria del 1954 “Io sono leggenda” è uno dei romanzi più celebri del suo filone che coniuga fantascienza apocalittica e tradizione gotica. Grazie al celeberrimo film, che vede Will Smith dei protagonista Robert Neville, il romanzo più famoso di Richard Matheson è stato catapultato nel nuovo millennio; ma contrariamente al film che è molto avventuroso e adrenalinico, nel libro si percepisce tutto il senso di vuoto e il silenzio nel quale è immerso il protagonista.

Orribile? che strano. Non l’aveva pensato in tutti quegli anni. Per lui la parola “orrore” era diventata un termine antiquato. Un eccesso di terrore rende ben presto il terrore banale.

“Io sono leggenda” è il classico romanzo che potrebbe andare bene per chiunque voglia approcciarsi alla fantascienza dallo sfondo post apocalittico. Un’ epidemia misteriosa. I contagiati vengono trasformati in vampiri assetati di sangue umano. Un solo sopravvissuto sulla faccia della Terra immune alla strana malattia.

Di giorno, in una città completamente deserta e irreale, alla ricerca di ciò di cui ha necessità e di notte barricato in caso tentando di sopravvivere. Questa è la routine quotidiana volutamente ferrea dell’ultimo uomo sul pianeta.

L’incontro con una donna apparentemente sana, non mutata, non attaccata dalla malattia aprirà una serie di nuovi scenari e farà porre al protagonista tanti interrogativi.

 Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore nasce nella morte, una nuova superstizione penetra nell’inespugnabile fortezza dell’eternità. Io sono diventato una leggenda.

“Io sono leggenda” è impregnato delle emozioni vissute dal protagonista superstite, perso nel suo passato, nei suoi ricordi e nei suoi rimpianti. Il lettore riesce a vivere il suo stesso senso di solitudine, senza speranze, senza la piacevolezza di un contatto umano.

Come spesso accade per altri scrittori dello stesso filone di Matheson, la fantascienza viene utilizzata come pretesto per scavare a fondo nell’animo umano e indagarne i misteri. In quest’ottica “Io sono leggenda” è un romanzo di riflessione che riesce a mettere in risalto diversi lati dello spirito di un essere umano. Elogia la forza e l’indole di un uomo che ha come unico obiettivo sopravvivere ma mostra anche tutta la fragilità e la debolezza che derivano dalla solitudine e della paura.

Qualcosa nella gola di Neville si spezzò. Sedette in silenzio mentre le lacrime gli scorrevano lente sulle guance.

In un momento storico così difficile a causa dell’emergenza Coronavirus che tutto il mondo si trova ad affrontare, “Io sono leggenda”, dopo ben 66 anni dalla pubblicazione, è un libro che fa riflettere. Si potrebbe davvero presentare un’opzione del genere? Cosa potrebbe fare l’ultimo uomo sulla Terra? Cosa avrei fatto io al suo posto? Avrei saputo affrontare le sfide della sopravvivenza? Ma soprattutto avrei saputo affrontare la solitudine più totale?

La mia umilissima recensione di “Io sono leggenda” fa parte di un review tour. Di seguito i nomi degli altri blogger coinvolti in questa stupenda iniziativa!

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Informazioni utili
Titolo: Io sono leggenda
Autore: Richard Matheson
Editore: Oscar Mondadori
Prezzo attuale: 13.00 €
Pagine: 134

 

King Kong Theory

Fare quello che non si fa: chiedere soldi per ciò che deve restare gratuito.

King Kong Theory è irriverente, vibrante, sarcastico, caustico. E’ il manifesto del nuovo femminismo, è l’idea guida per una nuova emancipazione femminile. Virginie Despentes si oppone fortemente ad un modello culturale fallocentrico, affronta preconcetti e cerca di distruggere sovrastrutture culturali che limitano la libertà di scelta delle donne.

In King Kong Theory l’autrice tratta tematiche legate ad esperienze personali intime e violente come lo stupro, che ha subito all’età di 17 anni, o la prostituzione, che ha praticato occasionalmente, o anche la pornografia.

Se la prostituta esercita il suo commercio in condizioni dignitose, al pari dell’estetista o dello psichiatra, se la sua attività è alleggerita di tutte le pressioni legali che conosce attualmente, la posizione di donna sposata di colpo perde attrattiva. Perché se il contratto prostitutivo si banalizza, il contratto coniugale appare più chiaramente per quello che è: un accordo in cui la donna si impegna a sobbarcarsi un certo numero di corvée per garantire il confort dell’uomo a tariffe che non temono concorrenza. In particolare le prestazioni sessuali.

La prostituzione è sempre un argomento spinoso da trattare ma Virginie Despentes non è affatto intimorita, non si fa spaventare da una tematica così “scomoda” anche perché sa di cosa parla, avendo praticato occasionalmente il mestiere di prostituta.

Al netto di considerare, ovviamente, la resa in schiavitù a scopi sessuali un gravissimo reato, uno dei capitoli più sferzanti e sfacciati di “King Kong Theory” ruota attorno alla legalizzazione della prostituzione e sulla narrazione bigotta e retrograda che si fa ancora sulle donne che volontariamente intraprendono la professione di prostituta.

L’autrice cerca di scardinare uno dei preconcetti che maggiormente impregna la nostra cultura ovvero quello della stigmatizzazione della prostituta che viene vista come una donna disperata, una vittima da compiatire e da salvare. Nella concezione comune non esiste una narrazione per la quale una donna che decide di intraprendere il mestiere di prostituta, grazie ad una legalizzazione e regolamentazione della professione, possa iscriversi ad un ente previdenziale, pagare tasse e contributi, sottoporsi a controlli sanitari periodici e non ultimo ovviamente possa rendersi economicamente emancipata.

In King Kong Theory l’autrice mette nero su bianco come nella nostra contemporaneità la prostituta è demonizzata, rimproverata e biasimata. E’ una donna che risulta inaccettabile perché vende il proprio corpo, ne ricava profitto e lo chiede esplicitamente. E’ una donna che disturba la morale comune perché concedendo il proprio corpo in cambio di denaro si allontana dall’ ideologia della donna del focolare, madre e moglie che lavora gratuitamente all’ interno delle mura domestiche.

… quello che conta è diffondere una sola idea: nessuna donna deve trarre profitto dalle sue prestazioni sessuali fuori dal matrimonio. In nessun caso è sufficientemente adulta per decidere di fare commercio delle proprie grazie. La donna non può che preferire un mestiere onesto. Giudicato onesto dalle istanze morali. E non degradante. Perché per le donne il sesso, all’infuori dell’amore, è sempre degradante.

King Kong Theory è stata una lettura illuminante, dura, cruda ed intensa. Un libro che ogni donna dovrebbe leggere per cominciare ad aprire gli occhi sulla condizione femminile, sulla libertà di scelta e sui pregiudizi che ancora pendono sulle donne pretendono la propria emancipazione.

Un libro che affronta tematiche nessuno vuole ancora affrontare e che molte donne non possono ancora affrontare poiché sprovviste di strumenti adatti per farlo proprio a causa di sovrastrutture culturali che condizionano ogni nostra scelta di vita anche se di questo non siamo affatto consapevoli.

Informazioni utili
Titolo: King Kong Theory
Autore: Virginie Despentes
Editore: Fandango Libri
Prezzo attuale: 15.00 €
Pagine: 134

Il commensale

Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più ad ogni pasto. E’ invisibile, ma c’è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.

“Il commensale” è un romanzo breve ed essenziale il cui filo conduttore è la scomparsa e il desiderio di omaggiare gli assenti della famiglia Ybarra. La giovane autrice di Bilbao, in appena centocinquanta pagine, crea un solido legame che lega la grande Storia a quella della sua famiglia; il collettivo strettamente allacciato al privato.

Tramite una fusione di biografia, fonti documentarie, fotografie del passato, reportage, notizie raccolte in rete, Gabriela Ybarra riesce disegnare un viaggio tra passato e presente che è un percorso di crescita e che ha il suo punto di partenza nella storia personale della sua famiglia, in un evento che sconvolge la vita dell’autrice per la sua tragicità e per la sua immediatezza: la malattia della madre della giovane.

Alle cinque del pomeriggio del 18 giugno del 1977, un cronista di Radio Popular interruppe la trasmissione per annunciare che Javier Ybarra era stato assassinato e che il suo corpo si trovava da qualche parte vicino a un sentiero in prossimità di Alto de Barazar, nella stessa zona indicata sulla mappa dal pendolo di quarzo del prete.

Si può dare una spiegazione al dolore? Per provare a dare una risposta ad una domanda così intensa e per cercare di accettare la malattia, il dolore straziante e la morte inattesa della madre, l’autrice cerca di impossessarsi della storia della sua famiglia che è profondamente unita alla Storia spagnola. La perdita della madre fa in modo di far riemerge, nell’animo dell’autrice, la scomparsa violenta del nonno paterno.

Javier Ybarra, venne sequestrato la mattina del 20 maggio 1977 da alcuni membri dell’ETA l’organizzazione armata terroristica basco-nazionalista separatista, d’ispirazione marxista-leninista, il cui scopo era l’indipendenza del popolo basco. Il nonno dell’autrice fu sindaco di Bilbao, referente intellettuale di Neguri, apparteneva ad una delle famiglie che storicamente aveva ricoperto alte cariche istituzionali. L’ETA vedeva riconosceva in lui l’emblema del potere sovranista da dover eliminare.

Le ricerche ripresero con più uomini. Alle sette meno un quarto della sera di mercoledì del 22 giugno, fu ritrovato il corpo di mio nonno coperto da un telo spesso di plastica grigia. Quando lo scoprirono fuoriuscì un po’ di sangue.

Il sequestro, la prigionia e la morte violenta del nonno paterno sono un grande rimando alla Storia spagnola, europea. Venire a conoscenza della tremenda e dolorosa vicenda della fine del nonno è utile all’autrice per comprendere scelte ed atteggiamenti intimi della sua famiglia ma soprattutto è stato un mezzo comprendere l’angoscia della mattia della madre, così simile all’attesa durante il sequestro del nonno.

La disperazione per la perdita del nonno, un dolore che si lega alla storia collettiva del paese d’origine degli Ybarra, riesce in qualche modo a dare una dimensione più terrena ad dolore intimo e scarnificante del lutto causato dalla perdita prematura della madre portata via da un cancro che in soli sei mesi è stato capace di distruggere ogni speranza di salvezza.

Il pomeriggio del 4 aprile 2011 mia madre mi telefonò e mi disse: “Gabriela ho il cancro, ma non è niente”. Qualche ora più tardi salì sul suo aereo e si sedette sul suo tumore finchè non arrivò a New York.

Con una scrittura sorvegliatissima, analitica e descrittiva l’io narrante cerca di rimpossessarsi di ciò che è accaduto alla sua famiglia prima che lei nascesse, ovvero il sequestro e l’assassinio di suo nonno. Contestualmente con la stessa scrittura controllata, l’autrice, narra di un’ulteriore tragedia familiare, intima, la morte della madre.

Gabriela Ybarra annota e racconta con dignità la perdita penosa ed introspettiva, riesce a trovare le parole giuste per parlare di quello di cui è difficile parlare, del dolore, della perdita, della morte, dell’assenza.

Informazioni utili
Titolo: Il commensale
Autore: Gabriela Ybarra
Editore: Alessandro Polidoro Editore
Prezzo attuale: 16.00 €
Pagine: 157

Lux

Laggiù il sole non illuminava le cose, le abitava dall’interno, e pareva di trovarsi in un’altra età del mondo, in cui era il cielo a governare il creato. Case, strade, costruzioni e alberi non riflettevano soltanto la luce ma sembravano emanarla.

Un esordio pieno di grazia e di fascino indecifrabile. In un’atmosfera avvolgente e ricercata viene diffusa l’energia segreta delle cose che circondano ognuno di noi. Un romanzo malinconico e nostalgico, dal sapore remoto, il cui punto focale è la luce. Un elemento essenziale che ha la funzione di rilevare l’essenza ultima delle cose, degli oggetti, delle persone.

“Lux” è un libro singolare e raffinato, realista e corporeo, ma che lascia tempo anche ad una sorta di realismo magico che infonde leggerezza e mutabilità.

Guardò fuori dalla finestra; l’unica cosa che avrebbe voluto portarsi via da quel posto era la luce: quella immacolata del mattino e quella arrogante del mezzogiorno, le fitte ombre del giardino e i riflessi salmastri della tappezzeria in salotto.

Thomas, un lighting designer londinese, riceve un’eredità particolare, un lascito peculiare. Lo zio Valentino gli ha donato un albergo, situato su di una minuscola isola del sud Italia, una piantagione di baobab e una sorgente d’acqua minerale. Recandosi sull’isola, l’uomo non sa cosa troverà, ma spera di concludere in fretta la vendita delle proprietà ereditate dallo zio per tornare al lavoro e alla routine quotidiana.

L’albergo, lo Zelda, è una struttura vacanziera rovinata e malandata, il personale di servizio scarno e poco professionale si autogestisce in assenza di un proprietario. La piccola isola sulla quale sorge la pensione non ha un nome, ospita un vulcano inattivo, una vegetazione lussureggiante e un’aspra geologia. Uno scoglio circondato dal mare invisibile, un luogo disgiunto dal mondo, lontano da tutto, pieno di rifugi e segreti. Un luogo senza tempo, affascinante e magico.

Si è giovani molto a lungo, credimi. Si può morire giovani. La vita non va sempre così di fretta. Non per tutti.

Lo stile ricercato ed elegante, le frequenti descrizioni, le osservazioni minuziose svelano le più profonde emozioni dei protagonisti, personaggi singolari e tratteggiati accuratamente. Con molta leggerezza, che mai è sinonimo di banalità, raffinatezza e poesia, Eleonora Marangoni parla di amori perduti ma sempre presenti, ricordi d’infanzia, malinconie e desideri.

L’autrice rivela di avere un vero e proprio fascino per i dettagli. Senza futili ornamenti tutto viene descritto con pazienza e dedizione; le stanze ricche di suppellettili dell’albergo decadente ed invecchiato, le stoviglie scompagnate utilizzate per i pasti allo “Zelda”, le piccole imbarcazioni che vengono utilizzate per traghettare abitanti e turisti dall’isola al continente, il caos del porto, la flora e la fauna che colonizzato la piccola isola, la luce che filtra attraverso le ampie finestre della pensione che si poggia sul mobilio, sulla tappezzeria e sugli oggetti stravaganti raccolti dallo zio di Thomas nel corso dei suoi viaggi esotici. Tutto si mescola con armonia.

Per la prima volta sentì il suo odore: di cosa sapeva, e dove l’aveva già sentito? Quanto ci avrebbe messo a dimenticarlo? Non potevano essere detti gli odori, solo scoperti o ritrovati, e nessuno poteva salvarli davvero: erano dei magnifici perdenti, proprio come loro.

In “Lux” non sono la trama e le vicende dei protagonisti a fare da protagonisti, ma la scrittura aggraziata, fine, malinconica, dettagliata e riflessiva dell’autrice. Uno stile che riesce a rapire, delicatamente, il cuore del lettore.

Informazioni utili
Titolo: Lux
Autore: Eleonora Marangoni
Editore: Neri Pozza
Prezzo attuale: 17.00 €
Pagine: 258

Intervista a Desy Icardi

Adelina si lasciò guidare dall’olfatto verso un settore della biblioteca che emanava un effluvio gaio e spensierato; dopo le disavventure degli ultimi giorni sentiva l’impellente necessità di svagarsi. Sfilò dallo scaffale il volume prescelto, lo aprì e inalò voluttuosamente le allegre folate sprigionate dalla carta.

La storia ironica, mai noiosa e fresca narrata da Desy Icardi ne “L’annusatrice di libri” è quasi una fiaba nella quale odori, profumi e fragranze sono di particolare importanza. Gli aromi, ma anche gli olezzi, descritti perfettamente dall’autrice sono quelli che la giovanissima Adelina, studentessa goffa e timida, riesce a percepire avvicinando, semplicemente, il naso alle pagine di un libro e fiutando gli odori che ne scaturiscono.

Adelina, lontana dai suoi genitori e dal suo paese natale per frequentare un celebre collegio “per signorine”, scopre di avere un potere molto particolare, ovvero quello di riuscir a leggere con l’olfatto. Come per magia, la ragazzina, annusando le pagine dei libri riesce a venire a conoscenza delle trame, dei personaggi e dei dialoghi che si trovano all’interno di tutti i volumi immaginabili, anche di quelli scritti in lingue a lei sconosciute o addirittura antiche.

Adelina si diresse verso casa, domandandosi se una vita senza libri avesse davvero motivo di essere vissuta.

“L’annusatrice di libri” è un libro che affascina. Una storia avvincente che, al suo interno, nasconde anche un mistero che ruota attorno ad un codice misterioso ed antichissimo, consigliata sia ai lettori più giovani per far crescere in loro l’amore per i libri ma anche ai lettori più accaniti per riscoprire il fascino della lettura sotto un altro punto di vista, anzi sotto un altro senso, quello dell’olfatto.

Questo è il bello dei romanzi: ti mostrano le conseguenze degli errori umani, sollevandoti dalla fatica di doverli sperimentare tu stessa.

Al Salone del Libro di Torino ho avuto l’opportunità di poter intervistare Desy Icardi e gli ho posto qualche domanda su “L’annusatrice di libri”

Ho notato che sui social, soprattutto su Instagram, “L’annusatrice di libri” è piaciuto a tante persone. Come hai preso tutto questo successo sui social?

Sono stata contenta sicuramente e un po’ incredula. Sono stupida quando riesco a scorgere qualche lettore con il mio libro tra le mani. E’ una sensazione molto strana, è una contentezza appannata da un certo stordimento poichè me la sto godendo meno di quanto potrei visto che mi sembra quasi irreale. Una cosa incredibile per me è stata anche la reazione delle ragazzine che, durante la lettura del libro, mi contattavano per commentare le vicende de “L’annusatrice di libri” in tempo reale.

Il mio personaggio preferito è stato quello di zia Amalia perchè è uno dei personaggi più caratterizzati all’interno del libro. Quanto ti sei divertita a scrivere di questo personaggio?

Mi sono divertita molto con zia Amalia e con l’avvocato Ferro, ma soprattutto mi ha divertito scrivere dell’interazione tra i due. Le scene che trovo molto divertenti sono quelle nelle quali Amalia è protagonista di equivoci di contesti. Amalia è un personaggio teatrale e l’equivoco è un classico della comicità.

La chiacchierata con la simpaticissima e gentilissima Desy Icardi continua, come in una sorta di tour, sul blog di Carmen, Nessun cancello, nessuna serratura e su quello di Annamaria, La contessa rampante 

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Informazioni utili
Titolo: L’annusatrice di libri
Autore: Desy Icardi
Editore: Fazi Editore
Prezzo attuale: 16.00€
Pagine: 382

Il guardiano della collina dei ciliegi

Correvo perchè solo così mi sentivo realmente libero, unico, leggero, in sintonia completa con il creato. Correvo con lo scatto di un colibrì, anche se mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza di una farfalla. Solo per non sentire il rumore dei miei passi veloci sulle pietre o quello ritmico dell’aria in uscita dai polmoni. Solo per poter credere di aver raggiunto la perfezione.

Correre è una sorta di sfida con i propri limiti, si toccano punti estremamente bassi che bisogna superare e si raggiungo vette d’estasi. La corsa però è sentita anche come un’esperienza quasi spirituale attraverso la quale si entra sempre più in contatto con l’io più profondo.

Per Shizo Kanakuri, protagonista de “Il guardiano della collina dei ciliegi”, il bisogno di correre nasce da uno stimolo interiore silenzioso e ben preciso ovvero la necessità di sentirsi libero e in armonia con gli aspetti ispiratori della natura. L’abilità innata per la corsa del giovane Shizo gli permette di aprire la propria mente, di entrare in contatto con il paesaggio che gli sfila attorno e di onorare i kami, le forze divine della natura, gli spiriti e gli dei della religione natia del Giappone, lo shintoismo. Le divinità naturali del vento, dei boschi, del sole, delle montagne, dei fiumi, degli alberi hanno un ruolo rilevante della vita di Shizo fin dall’adolescenza, ma soprattutto nell’età matura. Venerare, rispettare e magnificare la natura e i kami, che ad essa appartengono, saranno azioni che aiuteranno il protagonista a lenire le ferite dell’ animo.

Alla fine di quell’incontro mi sentii sulle spalle il peso di un masso e dentro la fragilità delle foglie quando l’autunno sta per cedere all’inverno. Il fardello incominciò ben presto a incombere anche sulla mia anima. Temevo che, come le foglie secche, anche lei si sarebbe sbriciolata.

In virtù della sua bravura e attitudine alla corsa, Shizo, dopo una metodica preparazione fisica, partecipa, nel 1912, ai Giochi della V Olimpiade a Stoccolma. Sostenuto da insegnati e studenti dell’Università di Tokyo, affiancato dai migliori allenatori del Giappone ed ispirato dall’ Imperatore Mutsuhito, il giovane atleta, favorito da tutti gli addetti ai lavori, correrà la maratona per la gloria e l’onore del suo Paese e della sua famiglia. Maratona che Shizo Kanakuri abbandonerà a sette chilometri dal traguardo, dandosi alla fuga e sparendo nel nulla.

Tutto era finito, irrimediabilmente perso. La gara, la famiglia, l’amicizia. Il rispetto, l’onore. La vita dunque. I kami mi avevano abbandonato, sacrificandomi a qualche loro disegno perverso. A volte penso che mi sarei dovuto uccidere.

La vergogna del fallimento per l’obiettivo mancato, l’imbarazzo per il disagio e l’onta arrecati alla sua famiglia, ai suoi allenatori, la delusione e il disonore nei confronti del suo imperatore e del suo intero Paese trascineranno Shizo in una spirale di turbamento e confusione che lo porterà dapprima a fuggire lontano poi a trovare la pace interiore come guardiano della collina dei ciliegi Yamazakura, una tra le molteplici varietà selvatiche dei famosi ciliegi giapponesi che prosperare nelle foreste dell’estremo nord del paese sopravvivendo ai rigidissimi inverni e sbocciando durando le timide primavere di Rausu nella provincia di Hokkaido.

Grazie al contatto con la natura quasi incontaminata, alla bellezza dei ciliegi dei quali si prende cura, alla corsa che continua a praticare quasi fosse una forma di preghiera fisica e concreta, Shizo riuscirà ad alleggerirsi da un grave fardello che egli stesso si era posto sulle spalle tanto da diventare l’unico maratoneta nella storia delle Olimpiadi ad ottenere il tempo eccezionale di gara di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi.

Dovevo portare rispetto ai ciliegi yamazakura. Perchè erano sacri e io ero il loro custode. E custodire era un lavoro molto importante, perchè implicava responsabilità, dedizione e cura.

Con una scrittura introspettiva e delicata Franco Faggiani riesce a descrivere una storia che mescola realtà e fantasia; la parabola di redenzione di un uomo che riesce a salvare sè stesso immergendosi nella natura e custodendola. Grazie al suo stile limpido l’autore riesce ad immerge il lettore in un racconto che risulta credibile, mai banale ed incantevole.

Al Salone del Libro di Torino ho avuto l’opportunità di poter intervistare Franco Faggiani e gli ho posto qualche domanda su “Il guardiano della collina dei ciliegi”

Prendersi cura della collina dei ciliegi è stato, per il protagonista, un modo per fuggire via dal senso di colpa e dal fallimento percepito. I contatto con la bellezza e con il silenzio della collina dei ciliegi è stato un “passo per la rinascita” o può essere percepito come “un ripiego comodo”?

Io penso che una persona nella sua vita per essere felice deve fare solo una cosa essenziale: prendersi cura di qualcuno o di qualcosa. Di conseguenza ho “regalato” la mia filosofia di vita a Shizo Kanakuri affinchè ne approfittasse e la utilizzasse come modo per espiare le proprie colpe. Prendersi cura di qualcosa vuol dire, per il protagonista, cercare di restaurare l’onore che aveva perso. Essendosi caricato di talmente tanti pesi e non riuscendo a portare a termine il suo obiettivo, Shizo si è sentito schiacciato dal senso di colpa e l’unico modo che ha trovato per espiarlo è stato quello di prendersi cura della collina dei ciliegi.

Quanto è stato difficile metterti nei panni di questo personaggio?

Sono partito dal presupposto che io corro nei boschi come Kanakuri e non mi è mai interessato partecipare alle gare, proprio come lui. Le sensazioni provate dal protagonista immerso nella natura e del descrizioni dell’atto della corsa sono emozioni e percezioni che più o meno ho provato. Mi ha anche aiutato l’avere, più o meno, un’età simile a quella del protagonista sul finale del libro poichè mi sono semplicemente chiesto cosa avrei fatto io al suo posto. Con il mio passato di corridore mi sono immedesimato, probabilmente quello che ha fatto lui, lo avrei fatto io. E il finale del libro, una delle parti più sentite del libro, è quello che auspico anche per me. 

La chiacchierata con il gentilissimo Franco Faggiani continua, come in una sorta di tour, sul blog di Carmen, Nessun cancello, nessuna serratura e su quello di Annamaria, La contessa rampante

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Informazioni utili
Titolo: Il guardiano della collina dei ciliegi
Autore: Franco Faggiani
Editore: Fazi Editore
Prezzo attuale: 16.00 €
Pagine: 232

La notte dell’uccisione del maiale

Zia Ilka stava sull’uscio, agitava le mani e la Bibbia e urlava tanto forte che tutta la strada poteva sentire, e dal portone mi urlava dietro: “A che altro rinuncerai ancora per lei, se hai già rinunciato alla tua fede?”

A Dedrecen, Ungheria dell’Est, dalle sei del pomeriggio del 15 dicembre, alla sera del 16 dicembre del 1955 si dipana la storia di una famiglia infelice; una storia di dolore, umiliazione, rancore, amore incondizionato, menzogne, rassegnazione e morte.

Una vicenda tragica che si svolge nell’arco temporale di appena ventiquattro ore, ma che poggia le sue fondamenta nel nebuloso passato delle famiglie Toth e Kèmery. Un passato che risulta, all’inizio, poco comprensibile ed oscuro. In un continuo accavallamento di piani temporali, in un insistente fluttuare tra passato e presente, tra i pensieri taciuti e i ricordi dolorosi dei vari membri delle due famiglie, il lettore comincia presto ad avvertire l’avvicinarsi dell’inevitabile tragedia.

Sandor si spaventò. Si spaventava sempre quando realizzava quanto poco conosceva qualcuno dei suoi famigliari.

Il lettore non assiste all’uccisione del maiale, motivo di festa e gioia. La violenta e fatale conclusione della vicenda glielo impedisce. Una fine brutale che è la conclusione di un’ unione sciagurata: il matrimonio tra Jànos Toth, un modesto maestro di scuola, estremamente devoto a sua moglie e Paula Kèmery, altezzosa ed algida, avvenuto ben vent’anni prima. Nozze mai perdonate da entrambe le famiglie degli sposi.

I Toth, “i saponieri”, umili e di fede calvinista, si dedicano alla fabbricazione e alla vendita di sapone da generazioni. I Kèmery, appartenenti alla nobiltà ungherese, ma ormai decaduti, boriosi, superbi, cattolici. Famiglie distanti, lontane, diverse.

… e allora la cognata guardò Jànos, e lui, fu pervaso da un brivido, perchè negli occhi della cognata, c’era la morte.

Ogni capitolo è narrato dalla prospettiva di un personaggio diverso, da uno dei membri delle due famiglie. L’autrice fa in modo, attraverso un sapiente gioco di alternanze di punti di vista, che il lettore si cali nei panni dei vari componenti delle famiglie dei Toth e dei Kèmery. Ogni personaggio, attraverso la propria soggettività fornisce la sua peculiare visione del mondo, dei motivi che hanno portata all’insanabile rottura tra le due famiglie.

Magda Szabo fornisce solo schegge personali, brandelli soggettivi, frammenti di un intricato rompicapo. Un puzzle familiare fatto di segreti che provengono dal passato e che vengono protetti e celati nel presente.

I silenzi, i ricordi che vengono in superficie, i risentimenti, l’odio, le passioni nascoste vengono riversate sulla pagina dall’autrice che riesce a mettere a nudo l’anima dei membri delle famiglie coinvolte. Non solo una storia familiare.

Informazioni utili
Titolo: La notte dell’uccisione del maiale
Autore: Magda Szabo
Editore: Edizioni Anfora
Prezzo attuale: 17.50€
Pagine: 281

La sartoria di via Chiatamone

Guerra. Quella parola prese il sopravvento rispetto a tutto. Don Arturo, i ragazzi, Annuccia, il resto della sua famiglia, la sartoria. Si trattava di mettere al riparo tutto quello che aveva, tutta la sua vita e i suoi cari, da quella parola.

Il 5 maggio del 1938 l’intesa italo tedesca si rafforza con la visita di Hitler in Italia e in particolare con l’arrivo a Napoli del Fuhrer. La visita fu preparata in tutti i particolari, dal pranzo a Palazzo Reale, allo spettacolo al San Carlo, alla sfilata navale sul lungomare di via Caracciolo.

Carolina Esposito, protagonista indiscussa de “La sartoria di via Chiatamone” durante tale solenne ostentazione di potenza militare riesce ad intuire celermente la portata del conflitto che sta per abbattersi senza pietà sulla sua città e sulla sua famiglia.

Doveva portare tutti i suoi oltre la guerra. In salvo. Tutti. Questa era la sua battaglia. E l’avrebbe combattuta con chiunque. Americani, inglesi, Hitler o Satana in persona.

Ostinatamente attaccata alla vita, naturalmente combattiva, indomitamente caparbia, Carolina si impone il raggiungimento di un unico, grande obiettivo, quello di proteggere, al meglio delle sue capacità, i suoi cari dalla fame e dalla devastazione del conflitto. La donna affronta, così, la più grande sfida della sua vita: la seconda guerra mondiale che minaccia tutto ciò che ha e tutti coloro che ama.

Abilissima, esperta e fantasiosa sarta, famosa in tutta Napoli, Carolina si adopera con tutte le sue forze per portare avanti la sua attività per garantire stabilità e sicurezza ai suoi cinque figli ed accumulare con perseveranza generi alimentari nella cantina del palazzo per poter arginare lo spettro della fame che, come un’ombra malvagia, serpeggia in casa per tutta la durata delle ostilità.

L’avevano chiamata Carolina. Carolina Esposito. L’etimo di Carolina è “donna libera” e, lei, con la sua testa, fu libera per tutta la vita.

L’autrice riesce a tratteggiare in maniera definitiva un personaggio femminile molto potente già dalle primissime pagine del romanzo. Bambina irrequieta, sarta talentuosa, moglie innamorata e madre severa ma amorevole. Una protagonista forte, coraggiosa, la colonna portante della sua famiglia, dall’animo energico, ma anche capace di grande generosità ed sporadici gesti di tenerezza.

Nonostante la bruttezza del momento, cercava la bellezza. La bellezza della sua città, dei cittadini.

La grande Storia fa solamente da sfondo alla storia personale della famiglia di Carolina. Il conflitto è sempre presente, il terrore della guerra è sempre palpabile ma l’autrice descrive una storia qualunque, una storia quotidiana, verosimile come tante, di una moglie, di una madre, di una donna che tenta in tutti i modi di proteggere la sua famiglia dall’orrore.

La prosa vivace di Marinella Savino dipinge un mondo ricco e dettagliato, pieno di colori e di personaggi reali e vividi. Il lettore viene immerso nella Napoli della seconda guerra mondiale e in poco più di centocinquanta pagine l’autrice riesce a far rivivere l’atmosfera di incertezza e di terrore di quegli anni.

Grazie alla fusione linguistica di italiano e dialetto napoletano capace di emozionare e coinvolgere, il lettore non può che abbandonarsi al flusso della narrazione ed appassionarsi alle sorti della famiglia di Carolina.

Informazioni utili
Titolo: La sartoria di via Chiatamone
Autore: Marinella Savino
Editore: Nutrimenti
Prezzo attuale: 13.60€
Pagine: 176