Nimona

A tutte le ragazze – mostro.

Noelle Stevenson, ha dato vita ad una geniale combinazione tra fa fantasy ed azione. Una vicenda che si svolge in un regno dall’ambientazione medievale. Ci sono cavalieri, fiere, giostre, castelli e mura. In questo regno, però, coesistono anche la magia e la tecnologia scientifica, tanto che i protagonisti del Graphic parlano tra loro tramite Skype ed ordinano pizze online.

“Attaccheremo la città usando i miei draghi geneticamente modificati. Il re sarà alla parata. I draghi lo solleveranno e rapiranno. Chiederemo il riscatto dalla torre più alta. Poi voleremo via con il re, facendo esplodere la torre per enfatizzare il tutto.”

Il cattivo della vicenda è Lord Ballister Cuorenero, un ex cavaliere del regno votato al crimine. Ha il braccio robotico ed un amante sfegatato della scienza. Un vero nerd. La sua nemesi è il paladino della giustizia Sir Lombidoro. I due hanno un passato in comune piuttosto complicato e burrascoso. Infatti i primi capitolo del Graphic hanno un costrutto piuttosto simile e si incentrano sugli scontri tra Ballister Cuorenero e Sir Lombidoro.

Nel regno irrompe la giovane Nimona che si autoproclama assistente di Ballister che ritiene essere il cattivo più famoso e temerario in assoluto, ma l’adolescente, nel corso della storia, si rivelerà più temibile del suo maestro.

“Sir, c’è un MOSTRO con lui …” “Una ragazzina travestita da mostro. Non ditemi che avete PAURA!”

Una straordinaria capacità che possiede Nimona è quella di trasformarsi in qualsiasi animale o persona lei voglia. Grazie a questa sorprendente abilità la ragazzina mutaforma porta scompiglio nell’interno del regno, sconvolge i rapporti che si erano andati a creare tra Sir Lombidoro e Lord Cuorenero, in più porta allo scoperto dei segreti che appartengono all’ente per l’adempimento delle legge ovvero l’istituzione che si preoccupa di formare i cavalieri e poi dar loro ordini e indicazioni.

“Non sei più sola. Ti posso aiutare.” “Non ho bisogno del tuo aiuto! Sai quante persone hanno detto di volermi aiutare?”

La peculiarità del Graphic è che, in questo racconto, nulla è veramente come sembra. Anche la stessa Nimona, infatti, nasconde dei segreti infatti non è assolutamente la ragazza che sembra essere, ma nasconde un passato oscuro e doloroso. Un passato al quale vorrebbero porre rimedio anche altri “eroi” del Graphic Novel. Un passato dal quale vorrebbero riscattarsi.

La pluripremiata autrice, Noelle Stevenson è molto giovane, sembra normale che abbia caratterizzato in maniera frizzante e moderna i personaggi che compaiono nel Graphic, che risultano essere anche ironici. Veloci e taglienti sono invece le battute che si scambiano Nimona, sempre esuberante e pronta allo scontro e Lord Ballister molto più pacato della sua assistente. Il risultato è più che spassoso.

Nimona conquisterà molti adolescenti perchè lei stessa è un adolescente dallo strano taglio di capelli, bassina, un po’ cicciottella. Non viene presentata con un fisico esuberante o sensuale, anzi l’aspetto della protagonista femminile non è stato per nulla stereotipato.

“Hai fatto qualcosa ai capelli?” “Che c’è, non ti piacciono?” “Pensavo che il rosa fosse il tuo colore preferito.” “Lo è anche il viola.”

Per quanto riguarda i disegni, il tratto appare stilizzato ma riesce a rendere adeguatamente i sentimenti e le emozioni dei protagonisti. In ogni tavola ci si imbatte in qualcosa di magico, draghi che sputano fuoco, animali fantastici, scontri impetuosi, fughe e lotte incalzanti. Anche nell’essenzialità, il disegno cattura l’attenzione del lettore in maniera considerevole.

La vicenda viene raccontata con grande semplicità, ma che, in questo caso non significa banalità. Tematiche importanti vengono trattate anche attraverso dialoghi brevi senza perdere contatto con il nucleo emotivo dell’intero Graphic.

Un regalo da fare e da farsi.

Informazioni utili
Titolo: Nimona
Autore: Noelle Stevenson
Editore: Bao Publishing
Prezzo attuale: 24.00€
Pagine: 272

 

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Pistouvi

L’infanzia dovrebbe durare per sempre.

In un’ambientazione che sembra essere molto familiare e naturale si dipana un mondo fiabesco, dell’incanto. Il paesaggio è ricco di campi e colline che sembrano essere sterminate, alberi artisticamente tortuosi ed imponenti. Un universo che, però, pare essere popolato da poche figure, i protagonisti del Graphic Novel.

Un’incantevole volpina antropomorfa che parla, Pistouvi. Una bambina biricchina e furbetta, Jeanne.  Vento, un’avvenente dea che sembra essere quasi la madrina di Pistouvi e Jeanne, che li conforta e protegge. Un burbero gigante – trattore. Infine, una miriade di uccelli dal “linguaggio” inintelligibile che, per qualche motivo non ben precisato all’inizio del Graphic Novel, sembra essere molto pericoloso per Pistouvi. Un mondo immenso abitato da solo cinque presenze, ma che funziona.

Nonostante ci sia sempre il pericolo di incontrare gli uccelli e di udire i loro versi, le giornate di Pistouvi e Jeanne si svolgono tra scampagnate sulle colline, nei campi e nei boschi, giochi nella casa sull’albero con la dolce musica dell’ocarina suonata dalla ragazzina. Amicizia, affetto e spensieratezza.

“Ma senti … ti sembra normale che non ci sia nemmeno una stella?” “Jeanne, cosa sono le stelle?” “Non lo so…”

Inaspettatamente, anche se l’universo del Graphic Novel è fantastico, ricco di elementi bizzarri e di personaggi brillanti, i disegni sono in bianco e nero. La mancanza di colore, tuttavia, non priva il lettore né della magia e dell’eccezionalità del mondo in cui vive Pistouvi, né delle emozioni che gli autori vorrebbero far trasparire dalle loro tavole. Anzi, gli spettacoli che offrono gli elementi naturali sono quasi tangibili, le azioni dinamiche e le espressioni facciali dei protagonisti, smaglianti.

Il lettore è pianamente assorbito dalla storia e del paesaggio, sembra quasi essere sotto un incantesimo, tra musiche deliziose, passeggiate in luoghi fatati, giochi sfrenati. L’incantesimo è quello dell’infanzia. L’infanzia, il periodo della vita più dolce straordinario, che si cerca si rivivere, la cui perdita non si supera mai del tutto.

Si potrebbe dire che Pistouvi è un Graphic Novel di “formazione” perché il cuore e l’anima del lavoro di Merwan Chabane e Bertrand Gatignol sono le difficoltà e i turbamenti che porta con sé il faticoso passaggio dall’infanzia alla vita adulta. La perdita dell’innocenza puerile e l’accettazione del conformismo tipico dell’età adulta.

Se n’è andato! Se n’è andato via! Non riuscirò mai a riconoscerlo in mezzo a loro!

Ciò che colpisce di Pistouvi è che l’essenza del Graphic Novel non è un qualcosa di immediato, anzi è nascosto da più livelli di scrittura. Ciò che gli autori vogliono trasmettere tramite i loro disegni, non è universale ma dipende molto dalla sensibilità di ogni lettore. La comprensione del messaggio finale, così, non viene resa semplice ma anzi, il lettore termina il Graphic Novel ponendosi molte domande.

Lungo la tortuosa strada della crescita, la vita riserva ad ogni individuo delle sorprese. Lo shock dato dal rendersi conto di essere diventati adulti e di dover fare i conti con le pressioni e le incombenze del nuovo status, è una delle esperienze più intense e profonde che si possano provare.

Abbandonare l’eccezionalità dell’infanzia per abbracciare la routine, il grigiore e il conformismo dell’età adulta non è per niente semplice, e infatti questo passaggio così peculiare non è reso in maniera nitida nel graphic, non è per niente semplificato, ma anzi rintracciarlo dipende dalla soggettività del lettore.

Commovente e poetico. Da leggere.

Informazioni utili
Titolo: Pistouvi
Autore: Chabane & Gatignol
Editore: Tunuè
Prezzo attuale: 16.90€
Pagine: 192

C’è posto tra gli indiani

Mi sarebbe tanto piaciuto fare lo sceriffo in un western. Anche solo una presenza sullo sfondo. E invece niente. Nell’unico western al quale ho partecipato m’hanno messo a fare l’indiano. Spiacenti, c’è posto solo tra gli indiani, m’hanno detto. Ma che c’ho la faccia da indiano, io? E vabbuò.

Ci sono tante motivi per cui si sceglie un nuovo libro. E’ un grande classico e non si può non averlo nel proprio bagaglio culturale. E’ uno di quei titoli che ha sempre citato la professoressa di lettere al liceo e che finalmente si è disposti a leggere. E’ una nuova uscita pubblicizzata fino allo sfinimento in televisione, alla radio e sui giornali. E’ il libro preferito della nuova fiamma di turno.

E poi ci sono delle volte nelle quali può accadere qualcosa che, forse, si avvicina molto alla magia. Ci si imbatte in un libro del quale non si era ancora sentito parlare, nel corridoio affollato della fiera nazionale della piccola e media editoria di Roma, sullo stand espositivo di una casa editrice indipendente della quale non avevi mai letto niente. Ed è stato questo che è successo con “C’è posto tra gli indiani” di Alessio Dimartino.

Marcello non è credente. Bobo nemmeno, è evidente. Solo che Bobo è un cocker spaniel di colore fulvo con la vescica piena, e a lui nessuno ha mai chiesto niente o preteso nulla a riguardo.

La vita non va mai come ci si aspetta. Per una strana beffa del destino, la To Do List di Marcello, che comprende, nell’ordine, assumere altro alcool, alternandolo all’eroina, masturbarsi sulla foto della sua ex fidanzata, ormai felice con un’altro, e suicidarsi, viene stravolta dall’arrivo di cane che ritarda il momento della fine.

Eroe sconfitto senza possibilità d’appello, veterinario non per vocazione ma per un’ipocrita ribellione verso una sfuggente e lontana figura paterna, il protagonista, si ritrova in un pellegrinaggio notturno per la città di Roma assieme al bizzarro, spossato ed inappetente cane Bobo.

“Si vede tanto che sono solo?” “Non sei solo solo. Hai il cane. E comunque si, si vede. Ma non è un problema tuo. Ogni essere umano solo si vede tanto che è solo. Basta aver vissuto appena un po’, per accorgersene”

Ad ogni tappa, che sia via Prenestina, piazza Lodi o i giardini di piazza Esedra, in maniera prorompente, riaffiorano in superficie ricordi ed immagini che suscitano emozioni più che mai contrastanti. In via Emanuele Filiberto, sulla scalinata laterale della Basilica di San Giovanni o in piazza Re di Roma, Marcello si imbatte in ciò che lo ha condotto fino a quel punto: le sue scelte di vita, sbagliate o giuste che siano state. Decisioni, anzi, mancate decisioni.

Il lettore è subito portato a notare l’analogia tra l’itinerario reale, fisico, corporeo tra le strade della città eterna e il viaggio introspettivo che Marcello compie nei meandri della sua memoria. Senza preavviso, dai ricordi, ricompaiono figure ormai lontane. Proprio come veri fantasmi del passato si ripresentano a Marcello, il miglior amico ai tempi della scuola, morto prematuramente e mai dimenticato o il padre, delirante sul letto di un ospedale con il quale ha sempre, in qualche modo, lottato.

Eppure era splendido. E forse quando uno dice “era splendido” in realtà intende “lo ricordo splendido”. Perchè lo splendore è raro appartenga al presente. Lo splendore è una caratteristica della memoria.

La passeggiata notturna è scandita anche da incontri reali, personaggi che sembrerebbero essere perfino banali, ma che si rivelano schietti, unici, disillusi e sconfitti, come il protagonista. Pakistani che vendono sigarette di contrabbando, ragazzi che si prostituiscono in strada, lavapiatti tunisini, signore anziane in cerca di soccorso per pappagallini in fin di vita. Personaggi tratteggiati appena ma che risultano efficaci e ben caratterizzati tanto che sono coinvolti, con Marcello e Bobo in situazioni paradossali, bizzarri e grottesche.

Un romanzo malinconico, sarcastico, duro, supportato da uno stile di scrittura asciutto, pulito e diretto. Un romanzo difficile da digerire ma sicuramente da leggere il prima possibile.

Informazioni utili
Titolo: C’è posto tra gli indiani
Autore: Alessio Dimartino
Editore: Giulio Perrone Editore
Prezzo attuale: 13.00€
Pagine: 192

Residenza Arcadia

Il punto di forza di Residenza Arcadia è sicuramente dato dalla miscela di contrasti. Contraddizioni, cambianti repentini di toni, colori, di marcia che conferiscono un ritmo serrato all’intero Graphic Novel che si legge in meno di un paio d’ore, senza che il lettore riesca a staccarsi da disegni e tavole.

Seguendo l’autore, Daniel Cuello, sui suoi social, prima di approcciarsi a Residenza Arcadia, ci si aspetterebbe di ridere, anche di gusto, ma non ci si aspetterebbe proprio di commuoversi e addirittura, in alcuni punti, piangere.

Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare il dolore provato da quella donna, quanto il susseguirsi di assordanti anni di silenzio abbia inaridito il suo cuore. Certe persone, pur di seppellire il dolore, seppelliscono ogni cosa.

Il contesto spaziotemporale del Graphic Novel non è mai ben definito, ma si riesce a riconoscere un’ambientazione che sembra essere quasi alternativa, dittatoriale nella quale vige un regime militare con un unico partito, in stile sovietico, che non solo si occupa di assegnazione di case ed appartamenti, non solo ha reso il servizio militare obbligatorio, ma che fa sparire i suoi oppositori senza tante complicazioni.

In questa realtà distopica, si svolgono le vite più o meno monotone dei protagonisti del Graphic Novel, per la maggior parte vecchietti, piuttosto arzilli, che sembrano essere, all’inizio, quasi inconsapevoli della situazione e della realtà che li circonda tanto che le loro vite, in superficie, ripetitive, si svolgono tra incomprensioni e battibecchi tra vicini che proprio non si sopportano.

“Ovunque nel mondo stanno prosperando idee di malriposta tolleranza. Idee pericolose e contagiose che si accumulano, che diventano pesanti. Che si trasformano in valanghe.” “Le valanghe uccidono.”

Un Graphic Novel unico nel suo genere che il cui fulcro poggia sulla diversità tra la vita quotidiana del condominio abitato prevalentemente dai protagonisti un po’ in là con gli anni che fanno sorridere il lettore e la realtà dittatoriale e opprimente che si va a delineare, soprattutto, dalla seconda metà della novella grafica in poi.

Quando vengono presentati i personaggi principali, come Dirce o Dimitri, si ride di vero cuore, quando vengono immersi nella realtà contemporanea, mentre si trovano alle prese con la tecnologia o nel momento in cui si insultano tra loro con parole anche abbastanza pensanti, pure per delle scaramucce di poco conto tipo quali fiori piantare in giardino o a causa della bicicletta dell’acida Mirta sullo sfondo dell’ennesima foto sul profilo Instagram dell’arzillo Emilio.

Ci si emoziona, ci si commuove, però, ogni volta che, repentinamente, senza neanche troppo preavviso, vengono svelate le sofferenze, i dilemmi morali, gli amori passati e perduti degli attempati protagonisti. Dolori e angosce nascoste di uomini e donne che fino a qualche tavola prima erano stati protagonisti di scenette comiche

Ma noi faremo tutto quello che potremo. Tutto quello che sarà necessario. Gli anni passeranno e allora sapremo. Chissà cosa resterà delle nostre azioni.

La combinazione di contrasti fanno parte del nucleo fondamentale del lavoro di Daniel Cuello. Contrasto tra la vita monotona degli abitanti del condominio e la realtà distopica nella quale il condominio stesso è immerso. Contrasto tra l’ilarità e la comicità di alcuni personaggi e il loro passaggio spesso drammatico. Queste differenze si notano anche dalla disposizione delle vignette nello spazio della pagina e dall’avvicendamento inaspettato di una serie di sketch umoristici e tavole drammatiche, con mutamento radicale di toni e colori.

Anche se la novella grafica è breve non si può far altro che empatizzare con i personaggi principali, caratterizzati in maniera eccellente, sia psicologicamente che nella resa grafica. Infatti gli abitanti di Residenza Arcadia non vengono resi come macchiette, ma anzi, le loro espressioni facciali, di sgomento, dolore ed astio vengono restituite sulla pagina con molta efficacia, tanto da rendere partecipe il lettore delle loro passioni, emozioni e affetti.

Da leggere e rileggere più volte.

Informazioni utili
Titolo: Residenza Arcadia
Autore: Daniel Cuello
Editore: Bao Publishing
Prezzo attuale: 20.00€
Pagine: 176

Il grido del corvo

La morte è buona; solo la vita e i fatti della vita fanno male; eppure amiamo tutti la vita, e odiamo la morte. E’ un fatto singolare.

Esistono scrittori che riescono a narrare storie incredibili di uomini straordinari. Esistono scrittori brillanti che sono in grado di raccontare intricate vicende di intere famiglie o popoli. Ma sono pochi gli scrittori che riescono a trascendere la storia di un singolo uomo o addirittura l’intero corso degli eventi di tutta la specie umana, e che riescono, con la loro penna, ad imbrigliare la potenza magnifica e crudele della Natura, al confronto della quale l’Uomo è insignificante. Uno di questi è Jack London.

Jack London, figlio illegittimo di un astrologo ambulante, pescatore clandestino di ostriche, cacciatore di foche, agente assicurativo, cercatore d’oro. Jack London il vagabondo delle stelle. Jack London esploratore curioso, uomo dalle mille vite, grazie ad una prosa potente e solida, riesce a mettere nero su bianco, attraverso tredici racconti, la tensione, lo sgomento e lo stupore di chi si trova ad affrontare, a vivere, a sopravvivere nelle terre selvagge della nuova frontiera, nei ghiacci sterminati dell’Alaska.

E la notte invernale, quando la tormenta del nord spazza la distesa di ghiaccio, e l’aria è piena di bianco volante, e nessuno osa avventurarsi all’aperto, è il tempo più adatto per narrare come Keesh, dal più misero igloo del villaggio, sorse al potere sopra tutti gli uomini della sua tribù.

I ricchi giacimenti d’oro nel Fosso del coniglio erano il sogno e l’ossessione di molti. Nei luoghi che fanno da scenario alla febbrile caccia all’oro, i fiumi Klondike e Yukon, al confine tra Canada ed Alaska, sul finire del XIX secolo, le condizioni di vita erano ostiche . Gli uomini che scelgievano questa vita lo facevano d’istinto, buttandosi a capofitto nell’ eroica avventura del grande nord.

La natura è in grado di far emerge lo spirito selvaggio, l’istintività, la voglia di autoconservazione sia degli avventurieri che, volontariamente migrano dal loro paese d’origine e si incamminano sulla pista per tentare la fortuna, sia di quelle popolazioni autoctone, di indiani, che sono costretti a fronteggiare l’Uomo Bianco detentore del progresso. Le terre del Nord erano lo scenario di una lotta continua.

La natura non è buona con il singolo. Non si preoccupa dell’essere concreto chiamato individuo. Il suo interesse è riposto nelle specie, nella razza.

La natura primitiva, che può annichilire lo spirito dell’esploratore più coraggioso ed impavido, ma che, allo stesso tempo, può lasciare senza parole davanti alla sua grandiosità, è la protagonista incontrastata della raccolta di racconti di London.

Lo scrittore statunitense è in grado di trasportare il lettore su di un altro parallelo. Sembra proprio di essere lì, sulla pista, con il freddo gelido dell’Alaska che paralizza le ossa, con i potenti cani lupo che trainano le slitte, nelle tende da campo ad ascoltare il vento che ulula senza tregua.

Perché questa brama per la vita? E’ un gioco nel quale nessuno vince mai.

Tredici racconti che sono in grado di spalancare le porte di un mondo, forse lontano ed estremo e che regalano al lettore un altro punto di vista. Tredici racconti che fanno rivivere le storie leggendarie di uomini e donne che hanno cercato di rendere reale il sogno della grande corsa all’oro o che, loro malgrado, sono stati trascinati verso una spietata modernità.

Consigliato, ma proprio tanto!

Informazioni utili
Titolo: Il grido del corvo
Autore: Jack London
Editore: Alessandro Polidoro Editore
Prezzo attuale: 12.00€
Pagine: 176

La foresta di Sherwood

La letteratura, da sempre, abbonda di fantastiche descrizione di luoghi incantevoli e spettacolari. Magnifiche rappresentazioni di territori , immaginari o reali, hanno affascinato e fatto sognare generazioni di lettori. Gli scrittori più fantasiosi narrano di paesi esotici e fiabeschi che fanno da scenario alle vite avventurose o tormentate dei protagonisti dei loro libri.

Ma esiste un luogo più conosciuto, più iconico, della foresta di Sherwood? Esiste un uno scenario più popolare della “foresta smeraldina” di Sherwood? Esiste un posto più famoso della dimora boscosa del celeberrimo Robin Hood, il leggendario arciere protettore dei poveri e vendicatore degli oppressi?

Tra il fantastico e il reale, la foresta di Sherwood entra nell’immaginario comune dall’undicesimo secolo, quando il personaggio di Robin Hood diviene il protagonista d’un ciclo di ballate popolari. La foresta di Sherwood nella Contea di Nottinghamshire, in Inghilterra, luogo fisico e reale,  che attiva migliaia di turisti ogni anno, si sovrappone al luogo fiabesco della letteratura, una sorta di isola-che-non-c’è, un luogo inaccessibile al potere, nel quale Robin e allegri compagni si fanno beffe dello sceriffo di Nottingham.

Marian trovò che la vita della foresta era più bella di quello che aveva sperato. La bella foresta di Sherwood le offriva dei passatempi deliziosi: ora percorreva con Robin le pittoresche vallate, ora si divertiva ad imparare i gioca allora in uso. Il marito le aveva regalo alcuni falchi, ed ella imparò a innalzarli con mano sicura ed esperta.

Come nelle fiabe, la foresta, rappresenta il tempo che è stato fermato da un incantesimo. L’incantesimo è quello della giovinezza, dall’ardimento, dalla passione e dell’amore. Nel regno di Sherwood l’ordine del mondo viene rovesciato, tanto che, una foresta potenzialmente ricca di pericoli e, all’epoca delle ballate, identificata con l’ignoto e l’oscurità, diventa un luogo ricco d’amore e vitalità nel quale vengono celebrati matrimoni e nel quale si creano nuove famiglie.

Dopo il matrimonio di Robin Hood e l’amata Marian, e la scelta della giovane dama di condividere con il marito la vita nella foresta, infatti “frate Tuck si trovò sovraccarico di lavoro, occupato dalla mattina alla sera a benedire sempre nuove coppie.” Così una giovane colonia riesce a nascere e prosperare nelle grandi radure di Sherwood.

Lunghe ghirlande di fiori e foglie s’intrecciavano le une alle altre, e legavano insieme querce secolari, tozzi olmi e esili pioppi. Tra i colori smaglianti della foresta appariva ora un cervo inghirlandato come dio silvestre, ora un capriolo saltellante, ora un daino festoso che attraversava come una freccia il verde delle radure.

La foresta di Sherwood è stata data in sorte agli allegri compari, che vedono in Robin Hood, il loro condottiero. Ma soprattutto è stata donata a tutti gli uomini oppressi, vessati e maltrattati dallo sceriffo di Nottingham e dai suoi sgherri, agli ordini, dell’usurpatore Re Giovanni. Anche se il regno di Re Riccardo Cuordileone è stato usurpato, Sherwood resiste, lotta e in qualche modo lo sostituisce.

Nell’utopica Sherwood si canta, si balla, si ama, ci si prepara al combattimento, si vive nella purezza di un ideale di un mondo nel quale la giustizia trovi finalmente pace. Sotto le ombre delle fronde di querce e betulle della foresta, i banditi sono gentiluomini, mariti e padri. I ladri sono gli esattori dei poveri, gli oppressi cacciati come animali dalle loro case e dai loro villaggi trovano asilo e, quel che conta di più, ritrovano nella lotta la dignità perduta, il loro riscatto.

Alexandre Dumas ha il merito di aver catapultato la figura di Robin Hood, del nobile proscritto, quella dei suoi allegri compari e della sua dimora ai giorni nostri. Grazie allo scrittore francese possiamo, tutt’ora, fantasticare su un luogo di frontiera nel quale il luogo comune viene ribaltato. Nel mondo dell’usurpazione, del sopruso spacciato per diritto, dell’avidità consacrata a Dio, la foresta di Sherwood rappresenta la libertà che non è una norma astratta, un lontano sogno da inseguire, ma è un’utopia che vive.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Il termine preferito della neurologia è “deficit”, col il quale si denota una menomazione o l’inabilità di una funzione neurologica: perdita della parola, perdita del linguaggio, perdita della destrezza, perdita dell’identità e una miriade di altre mancanze e perdita di funzioni (o facoltà) specifiche.

Scrivere di patologie e disfunzioni mediche rivolgendosi a chi non è competente in materia, è complicato. Non risulta semplice esporre cause e conseguenze di malattie e disturbi, in maniera comprensibile, a chi non ha una formazione medica. Ma deve essere ancora più difficile dover descrivere, a chi è a digiuno di questi argomenti, sintomi e effetti di malattie neurologiche, i quali spesso possono rivelarsi talmente insoliti e singolari da risultare poco comprensibili o addirittura improbabili. Le malattie neurologiche e i dolori che causano, spesso, sono invisibili.

Oliver Sacks, neurologo e scrittore di molteplici libri, consapevole di quanto l’argomento delle malattie neurologiche fosse trattato, poco e superficialmente, al di fuori degli ambienti accademici, decide di raccogliere, in un saggio, pubblicato nel 1985, alcuni dei casi clinici che lo hanno colpito di più durante la sua carriera e di descrivere le cause, le patologie e le vite dei suoi pazienti affetti da disturbi neurologici.

Qui ormai navighiamo in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e la normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un saggio neurologico ma anche una raccolta di racconti nei quali l’autore descrive i suoi pazienti, non come meri casi clinici, ma come uomini e donne che hanno avuto la sfortuna di incappare in una malattia neurologica.

Si può solo tentare di capire l’angoscia che c’è dietro ad ognuna di queste storie. La delicata umanità, della quale si serve l’autore per scrivere dei casi clinici selezionati, fa in modo che anche i lettori riescano, in parte ovviamente, ad essere partecipi della sofferenza dei pazienti.

La situazione è terribile. Poiché ci troviamo di fronte ad un uomo in un certo senso è disperato, e in preda a una violenta eccitazione. Il mondo scompare continuamente, perde significato, svanisce e lui deve cercare un senso, costruire un senso, disperatamente, inventando di continuo, gettando ponti di senso sopra abissi di insensatezza, sopra il caos che si spalanca incessantemente sotto di lui.

Oltre alla natura della malattia o del disturbo neurologico che affligge i pazienti, oltre alla terapia prescritta agli ammalati, Sacks descrive, soprattutto, la  maniera nella quale, coloro che vengono colpiti da malattie neurologiche, riescono ad riadattarsi alla vita. Sembra proprio che, l’estrema “plasticità” del cervello umano, sia capace di mettere in atto un piano di sopravvivenza dopo aver subito l’attacco da parte della malattia stessa.

Sacks ha il merito di utilizzare una scrittura e una terminologia medica idonee ed accessibili anche a tutti quei lettori che non hanno familiarità con un linguaggio medico eccessivamente tecnico e a tutti coloro che abitualmente non si approcciano a saggi. La lettura, risulta scorrere con molta naturalezza e anche con un’intensa commozione dovuta alla forte carica emotiva di alcuni delle storie umane dei pazienti dell’autore.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è consigliato a tutti ma soprattutto a chi non ha mai avuto a che fare con questo tipo di disturbi. Per scoprire gli uomini e le donne che si trovano dietro la malattia neurologica e che vivono le loro vite accompagnati da quest’ultima.

Informazioni utili
Titolo: L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Autore: Oliver Sacks
Editore: Adelphi Edizioni
Prezzo attuale: 11.00€
Pagine: 301